Sergio, cuore #Ecotrendy

L’amore per le piante, la bici per spostarsi. Il tempo di vita segue il ritmo (inaspettato) della natura.

“Con una rosa hai detto vienimi a cercare…”

E' la mia canzone preferita. È anche la canzone preferita di Sergio. La canta Vinicio Capossela, autore di tante melodie storte, ma che vanno diritte al cuore, con il loro incedere incerto ma ineluttabile, come i miei passi, ora, mentre rimbalzo sul selciato, verso casa sua. La casa di Vinicio? No, quella di Sergio. Strana coincidenza, perché anche Vinicio è vissuto a lungo qui, a Modena, ma poi, trascinato da un incontenibile spirito nomade, ha ripreso a vagare, si sarà fermato da qualche altra parte, non so nemmeno dove, ma che importanza ha? Certe persone potrebbero essere ovunque, in qualunque luogo trovino una fonte in cui abbeverare la propria arte, in cui ammorbidire le membra prima di rimettersi di nuovo in viaggio. Instabili, come quegli amabili cespugli rotolanti che Sergio conserva gelosamente allineati in ciotole di terracotta sul tavolone in faggio grezzo della fioreria che anni fa ha ereditato dal padre. È lì che ho conosciuto Sergio, è lì che torno ogni settimana con la scusa di comprare dei fiori. E proprio lì, stamattina mi parlava con passione della Rosa di Jericho detta anche Perekotipole, o qualcosa del genere, buffa parola ucraina che significa “corridore del deserto”. Più che una pianta è una palla d’erba rotolante, per chilometri e chilometri, sospinta dal vento, una specie di contraddizione vivente, vivente sì, anche se non sembra, così secca da apparire morta. Ma in realtà semplicemente sospesa, viva, temporaneamente inattiva, pronta a rinascere alla prima pioggia, alla prossima piccola pozza d’acqua, forse quella nuvola scura è quella buona, o forse no, forse c’è un’oasi oltre quella duna, oltre l’orizzonte. Un po’ come un single temprato dalla solitudine che dopo centinaia di notti e di lune e di deserto, ritrova, inaspettato l’amore, non cercato, non richiesto, ma nutriente. Ecco, credo sia ciò che mi è successo, incontrando Sergio, e forse è successo anche a lui. Ah, o forse no, lo scopriremo presto, molto presto, troppo presto, alla fine di questa buffa passeggiata che inutilmente cerco di allungare, rallento, quasi mi fermo, prendo tempo, fingo di osservare una vetrina di articoli sanitari, simulo interesse per un misuratore di pressione. Proprio come una rosa di Jericho, rotolo lungo i portici del Palazzo Comunale, indugio sulle pietre antiche di questo porticato, mi muovo a zigzag, calpestando solo le più lucide, seguendo un mio percorso molto personale in direzione della casa di Sergio. Ogni giorno, alla chiusura del negozio salta in sella a una vecchia bici con freni a bacchetta e pedala verso casa. A quest’ora dovrebbe essere già arrivato. E se invece non ci fosse? E se invece… in lontananza ecco un tintinnare, quel suono che fanno i campanelli delle bici quando vibrano sui sassi di Piazza Grande. E se lo incrociassi ora? Rimarrei di sale, mentre cammino con una rosa rossa in mano. Comprata nel suo negozio, non dimenticherò facilmente il suo sguardo stamattina, forse a tradire un po’ di gelosia. Il suo abbozzare un commento discreto: “appuntamento roman…” la frase morsicata a metà, ritraendosi, imbarazzato. Mentre la radio suonava proprio la sua canzone preferita:

“Con una rosa hai detto, vienimi a cercare, tutta la sera io resterò da sola…” La canzone provvidenziale cancellava il nostro imbarazzo, e lui cominciava a canticchiarla, “ed io per te, muoio per te, con una rosa sono venuto a te…”

E sembrava quasi una presa in giro. E ne avrebbe avuto ben donde, se penso che ora sto andando da lui con una rosa, regalare una rosa ad un uomo, che stranezza, ma regalare una rosa a qualcuno che te l’ha venduta poche ore prima, è da pazzi. ah, l’amour est fou. “bianca come le nuvole di lontano, come una notte amara passata invano” o “gialla come la febbre che mi consuma” , alla fine l’ho presa rossa come… le mie gote mentre glielo dicevo. Ma ora che la guardo bene, il rosso pallido sembra quasi “rosa come un romanzo di poca cosa”, come quello che qualche scrittore della domenica potrebbe scrivere su questa storia buffa. Ma ecco che mi sfiora un omone gigantesco avvolto in uno spolverino color panna in bilico su una piccola bici, come un orso ciclista del circo Togni, si volta a guardarmi, i nostri sguardi si incrociano in un cortocircuito di sorpresa, si rigira giusto in tempo per evitare un palo della segnaletica e scomparire dietro la curva.

Anch’io forse mi sto schiantando. In fondo, che cosa so di Sergio? Solo l’indirizzo e poco altro, abita qua dietro, in un vecchio garage ristrutturato, mi immagino l’interno, un mix raffinato di arredamento e oggettistica vintage riadattata e di mobili semplici ma ben disegnati, in materiali ecologici. Un divano su cui schiacciare pisolini provvidenziali, sicuro, oppure su cui scambiare baci appassionati. Forse. A Sergio piacciono le cose semplici, ma di gusto, come quelle camicie in velluto a coste sottili che ha sempre addosso. Numero 35, dev’essere là in fondo. La vecchia Bianchi con sella in cuoio è parcheggiata proprio lì davanti. Ottimo. Mi risistemo un po’ i capelli, ovviamente facendo più confusione ancora. Ci siamo. Ecco il nome sulla targhetta. Come una spada, la rosa è ben salda nella mano. Con l’altra accarezzo il capezzolo del vecchio campanello in rame. Faccio ancora in tempo a girare i tacchi e togliermi di torno limitando i rischi. E le possibilità. Invece mi appoggio a tutto peso: driiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiin , Il suono metallico si impasta con una voce morbida alle mie spalle: “Anche tu vai da Sergio”? Mi volto di scatto e faccio appena in tempo a vedere una bottiglia di vino e un uomo giovane e stupefatto che la sorregge. Aspettava visite. O forse no. E questo, mentre, alle mie spalle, si spalanca il portone e la voce di Sergio, vibrante di sorpresa. “Hey, che sorpresa! Che sorprese!” Eh, cosa dovrei pensare io. Nulla è come sembra. Si preannuncia una serata interessante.