Leo & Sara, tipi #Activemood

Leonardo e Sara, finalmente “due cuori e una capanna” ! Passioni in comune, progetti da intraprendere, amici da incontrare… e la vita davanti.

Adesso posso dirlo con certezza. La nostra vita è cambiata veramente quella sera di 2 mesi fa, anzi un mese e 22 giorni fa, 52 giorni fa, per l’esattezza. I numeri sono importanti, le misure sono importanti. Salve, mi chiamo Leonardo ho 31 anni, e lavoro come renderista in uno studio di architettura, Leonardo sono 8 lettere, ma se volete possiamo farla breve, chiamatemi pure Leo. Tre, il numero perfetto. Dicono. Ma a me i dispari non piacciono, ho sempre preferito i numeri pari, forse è per questo che ci tengo alla nostra coppia. Io e Sara, 4 lettere, siamo sposati da più di un anno, 13 mesi in cui è raddoppiato tutto. I suoi amici sono diventati i miei, le sue feste pure e così i viaggi e tutto il resto. È raddoppiato anche il matrimonio, il sabato al ristorante con i parenti, la domenica a casa con gli amici. Tutti gli amici. Abitiamo al Testaccio, un quartiere di Roma dove tutti si conoscono. Non inviti tizio o caio. Se la finestra è aperta, allora è aperta anche la porta. L’appartamento lo chiamiamo il Micro, per scherzo, se vuoi star largo puoi andare al Macro, il museo d’arte contemporanea che sta dietro l’angolo. Insomma la casa non è grande, però c’è sempre posto. Se il divano potesse parlare forse non sarebbe d’accordo, ma alla fine se l’è sempre cavata alla grande. Si fa un aperitivo, una pizza, con i ragazzi del calcetto, le colleghe di Sara, perfino alcuni clienti affezionati del lavoro. Questo nei weekend. Durante la settimana, invece, ci piace star tranquilli. Dobbiamo decomprimere. Sara lavora in una farmacia e la sera quando viene a casa, ha già fatto il carico di storie. C’è la vecchietta che ritorna tre volte nella stessa giornata a prendere la medicina per l’Alzheimer, e c’è il tipo che non compra nulla ma è lì tutti i giorni a parlare delle sue sfighe. Sono i cosiddetti habitué e passatemi la battuta, secondo me sono male habitué. Ma Sara la vede diversamente, lei è gentile e ha un sorriso per tutti. È una ragazza straordinaria, non è un caso se l’ho sposata. Ci conosciamo da quando eravamo ragazzini. Insieme, siamo diventati grandi, una coppia inseparabile. Il matrimonio è stato il coronamento, un modo per dire eccoci qua, è tutto vero. In questi anni non ho mai pensato ad un’altra, mai un dubbio, lei è tutto, non mi serve altro. E la cosa è sempre stata reciproca. Siamo giovani, felici e circondati da amici straordinari.

Che cosa chiedere di più dalla vita? Eh, che cosa??!!

Nei mesi successivi al matrimonio questa domanda rimbomba nella mia testa diverse volte, ma soprattutto comincia a farsi spazio nella testa di Sara. Sempre più forte. Me ne accorgo da certi suoi silenzi, da quell’aria distratta che non avevo mai visto prima sul suo volto, quasi un velo, anche quando facciamo l’amore. Così, un giorno, vado dritto al punto: “Sara, e se facessimo un bambino?”. Lei svicola: “Al momento stiamo bene così, o no?”. “Cosa vuoi dire?”. “Quello che ho detto. Forse ci sono cose a cui non vogliamo rinunciare ora”.

Breve, laconica e soprattutto poco convincente. La verità è che quel “non vogliamo rinunciare” ha tutto il sapore di un “lo so che non vuoi rinunciare”. Ha il sapore di una ritirata preventiva per paura di un rifiuto. Io non mi sono mai espresso apertamente sull’argomento, ma in fondo che bisogno c’è? Franco e Valeria hanno un figlio da un anno e sono spariti dalla circolazione. In più occasioni ho detto la mia, non si può cambiare in quel modo. Sara non è d’accordo. Ci scontriamo. Ecco, quello che è successo. Parlando degli altri, ci siamo già capiti su di noi. Su quello che vogliamo. Io sono quello dei numeri pari, lei quella segretamente convinta che non c’è due senza tre. Ma non me lo dice in faccia, preferisce sfidarmi a Risiko piazzando i suoi carrarmati attorno ad alcuni argomenti pericolosi, così, per vedere come reagisco. La battaglia cruciale si avvicina. È solo questione di giorni. Lo capisco una domenica, a pranzo, quando mi dice… “Senti Leo… e se prendessimo un gatto?”. Ah, l’Argomento Del Gatto. Detto anche FS, il Felino Sostitutivo. Sì, è inutile che facciate finta di niente, sapete benissimo di cosa sto parlando. È un classico, una mossa trabocchetto, di fronte alla quale l’unica risposta è sparigliare le carte: “Un gatto no. È pigro e traditore. Perché non… un cane?”. E lei “Un cane qui nel Micro? Ma ti pare? “. 1 a 1, palla al centro, riprende il gioco all’Olimpico. Ma la partita, nei giorni successivi, si fa noiosa. L’argomento è sotterrato. Congelato in attesa di qualche accadimento imprevisto. E in quanto a sorprese, quello che succederà di lì a poco spazzerà via qualsiasi tattica di gioco. Mi riferisco a quella famosa sera di 52 giorni fa. Ecco cosa succede. Ci avevo pensato a lungo. Ci avevo pensato per giorni. In fondo è giusto così, amo Sara. Bisogna fare qualcosa e farlo ora. È mercoledì e ho deciso di giocare l’anticipo. Salgo i gradini a 3 al colpo. Con la mano sinistra mi aggrappo al corrimano. Con la destra tengo ben salda una palla di pelo rosso e bianco. Si, è tempo di rompere la simmetria della coppia. Anche contro me stesso. Non c’è due senza tre. Sì, un gatto. Un vero Felino Sostitutivo. Appena aperta la porta di casa, un dolore bestiale, la palla di pelo mi pianta le unghie nella carne, come solo un gatto può fare quando annusa… un cane. Si, Sara è di fronte a me, tiene in mano un coso, piccolo, nero, scodinzolante. Ci guardiamo negli occhi per un lungo interminabile minuto. Senza parole.

È successo. E non c’è molto da aggiungere. A parte fare i conti. Siamo in quattro e ora abbiamo un problema grande come una casa. Mi scappa una battuta: “nel nostro caso è un micro-problema”. E Sara che ride e dice: “Adesso siamo pari”. E io che rido e piango. Poi non parliamo più. Facciamo l’amore. Mentre i due cosi si azzuffano dietro la porta.

E oggi scopriamo che tra 7 mesi, per la precisione 219 giorni, giorno più giorno meno, saremo di nuovo dispari.