Anna, un animo #Urbanchic

Una donna e sua figlia. La condivisione di gesti e sentimenti. Una complicità tutta femminile…

“Anna come sono tante / Anna permalosa / Anna bello sguardo sguardo che ogni giorno perde qualcosa Se chiude gli occhi lei lo sa / stella di periferia Anna con le amiche / Anna che vorrebbe andar via”

A dir la verità Anna non si era mai sentita permalosa, non pensava nemmeno di avere uno sguardo particolarmente bello, però il viaggiare era la cosa che amava di più. Così ascoltava sempre con piacere la canzone di Lucio Dalla, tralasciando le cose che non le piacevano e tenendosi quelle che sentiva giuste per lei. Come in quel pomeriggio di novembre, seduta sul divano di casa sua, la musica dallo stereo, una tazza di tè tra le mani e Sofia, triste, che piangeva di un pianto inconsolabile. “Dai, non fare così, anche se Luisa non ti ha invitato al suo compleanno non importa, vuol dire che quel sabato andremo in giro a fare compere. Ti va?” La bambina alzò la testa e con gli occhi gonfi di lacrime rispose “Si….” ma riprese a piangere subito dopo, nascondendo nuovamente la testa in un cuscino che, ironicamente, aveva disegnata una torta di compleanno. “Sofia…Sofia…magari si è solo dimenticata di darti il biglietto…” “No mamma” la interruppe subito “era sotto il banco di tutte quelle che sono state invitate e sotto il mio non c’era” e giù, di nuovo, a piangere. Anna sapeva che ad una bambina di 8 anni, con quel tipo di delusione, non puoi dire molte cose. Non riusciresti a riempire il suo mondo con la positività necessaria e non ci sarebbe una gomma tanto potente da poter cancellarne la tristezza. Doveva però tentare qualcosa. In quel momento, le nuvole si aprirono un poco e nella stanza iniziò ad entrare sempre più luce, rendendo quasi vivi gli oggetti che la riempivano con discrezione e personalità. Iniziarono ad animarsi soprattutto i dorsi dei libri che erano stati messi in una grande libreria opposta alle grandi vetrate. Di colpo l’illuminazione, si alzò, prese un libro di ricette da fare coi bambini e tenendo la copertina bene in vista, che riportava una bambina con cappello da cuoco piena di cioccolato e farina ovunque, le chiese: “Ti va?” Per un momento, gli occhi della figlia si liberarono dal velo di tristezza per poi riprenderlo subito ma il movimento affermativo della testa confermò che cucinare era stata la scelta giusta. Si sedettero al tavolo di legno della cucina, uno dei pezzi che Anna, durante la ristrutturazione del proprio appartamento, aveva voluto mantenere. Amava i segni sul piano, le raccontavano storie che non conosceva ma sentiva vita in essi. Si scopriva spesso a toccarli senza ragione come ora che li sfiorava con le dita mentre sfogliava il libro di ricette. “I Cup Cake! I Cup Cake!” urlò Sofia ed Anna tornò dal viaggio che il tavolo le aveva regalato. “Va bene Sofia, facciamo i Cup Cake!” La cucina si trasformò, assomigliando quasi a un Luna Park. La farina che volava per la stanza, il cioccolato sulle mani e sui vestiti, i fiori e le decorazioni di pasta di zucchero. Tutto era colorato, vivo. Le ante ed i cassetti si aprivano al ritmo della musica che riempiva la casa e che faceva cantare madre e figlia. Alla sera, i dolcetti erano lì, sul tavolo, pronti, caldi, allineati. Sofia invece si era addormentata sul divano, esausta ed ancora, comunque, un po’ triste per il compleanno. Era il momento del silenzio, quello che Anna preferiva perché anche la città si riposava ed i rumori frenetici del quotidiano si andavano gradatamente attenuando lasciando più spazio ai suoi pensieri. Spense tutte le luci, si sedette sulla poltrona appoggiando i piedi sul tavolino ed abbandonando la testa sullo schienale alto. Dai vetri entrava la piacevole luce della luna piena che illuminava i libri, il tavolo grande in legno e la madia con i vasi acquistati durante i frequenti viaggi di lavoro in Europa. Tutti gli oggetti parlavano dei suoi gusti, delle sue passioni e lei li ascoltava in silenzio. Dopo un po’ di tempo, che in questo caso amava definire di “decompressione”, si alzò, prese in braccio Sofia e la portò nella sua cameretta, dove un letto imbottito pieno di cuscini e peluche la stava aspettando. Ogni volta che lo guardava le veniva in mente che lo avevano scelto assieme, per i giorni in cui rimaneva con lei, perché ricordava loro il letto di una principessa. La notte passò con tranquillità, Sofia era talmente stanca che non la chiamò nemmeno per il suo abituale bicchiere d’acqua notturno.

La mattina successiva, dopo una colazione pane e marmellata fatta da loro nella casa di campagna dei nonni, Anna la portò a scuola con la sua Smart e per distrarla selezionò dalla radio la cartella con le canzoni dello Zecchino d’Oro degli anni ’70, finendo per cantarle assieme, stonate ma felici. A mezzogiorno mentre la aspettava in auto, vide Sofia correrle incontro, raggiante, sventolando un cartoncino colorato. “Mamma! Mamma! L’invito!” urlò appena aperta la portiera… “Ieri, per sbaglio, Luisa lo aveva messo sotto il banco di Marco che siede vicino a me e lui non era a scuola perché malato. Stamattina, appena arrivato in classe lo ha trovato e me lo ha dato!” e fu in quel preciso momento che Anna, dopo aver creduto di averlo perso per sempre, ritrovò il senso della parola Felicità.